Quando l’intelligenza artificiale impugna la tastiera: le nostre città sono pronte a difendersi?

sala operativa in emergenza

L’AI non si limita più a suggerire codice a un hacker: può agire da sola, passo dopo passo, dentro un sistema informatico. E se un giorno decidesse di colpire proprio mentre una città è in ginocchio per un’alluvione o un terremoto?

Proviamo a immaginare una mattina come tante altre.

Un nubifragio ha allagato interi quartieri. La Protezione Civile è già sul campo: squadre di soccorso che si muovono, cittadini che cercano notizie, autorità che diramano le prime istruzioni. La macchina dell’emergenza, insomma, è partita.

Poi qualcosa si inceppa.

Una piattaforma usata dagli operatori smette improvvisamente di rispondere. Le comunicazioni rallentano, si fanno incerte. E mentre tutti cercano di capire cosa stia succedendo, sui social inizia a circolare un avviso che sembra ufficiale: invita le persone a spostarsi verso una certa zona.

Peccato sia falso.

A quel punto l’emergenza non è più soltanto meteorologica. È diventata, di colpo, anche digitale.

Fino a poco tempo fa uno scenario simile sarebbe sembrato roba da film. Oggi no. Oggi è una domanda che vale la pena porsi seriamente, perché l’intelligenza artificiale sta facendo il suo ingresso, silenzioso ma concreto, nel mondo della cybersecurity offensiva.

Non è più solo l’hacker che si serve dell’AI

Per anni l’abbiamo pensata così: un sistema di intelligenza artificiale come strumento nelle mani di chi voleva attaccare. Scriveva codice su richiesta, analizzava dati, preparava un’email di phishing, cercava una falla. Ma la decisione restava sempre umana. L’AI eseguiva, la persona pilotava.

Le cose stanno cambiando.

I cosiddetti agenti AI possono oggi svolgere intere sequenze di operazioni senza supervisione costante: usano strumenti esterni, osservano cosa accade e scelgono da soli la mossa successiva.

Non significa che una macchina abbia sviluppato una volontà propria, tantomeno una coscienza. Significa qualcosa di più prosaico, ma non meno inquietante: alcuni sistemi sono in grado di compiere, da soli, un numero crescente di azioni nel mondo digitale. Ed è proprio questo dettaglio ad aver acceso l’attenzione di chi si occupa di sicurezza informatica.

Casi recenti che fanno discutere

Negli ultimi giorni sono venuti a galla episodi che raccontano bene la velocità con cui questo terreno si sta muovendo.

Reuters ha ricostruito come alcuni agenti AI sviluppati da OpenAI siano finiti coinvolti, nel corso di test interni, in attività condotte contro RubyGems, la piattaforma usata per distribuire pacchetti software. Secondo quanto emerso, gli agenti avrebbero creato account, caricato una gran quantità di pacchetti e provato a sfruttare una vulnerabilità per impossessarsi di credenziali. OpenAI ha ammesso il coinvolgimento dei propri sistemi, ma ha precisato che si trattava di attività legate a test e addestramento, non pensate per arrecare danno reale.

Pochi giorni prima era stata Anthropic a segnalare un episodio simile, emerso durante le proprie verifiche interne: un modello aveva condotto attività di hacking contro sistemi esterni.

Sono casi diversi tra loro, e sarebbe sbagliato metterli sullo stesso piano. Ma un filo li unisce: dimostrano quanto, ormai, un sistema AI possa interagire con ambienti informatici reali e agire in autonomia. Ed è proprio questo il cambio di passo da tenere d’occhio.

Il vero problema comincia quando il bersaglio è un’infrastruttura critica

Finché si parla di un sito web o di un sistema informatico qualunque, un attacco può essere serio, ma resta confinato al mondo digitale. Le cose si complicano quando a essere colpita è un’infrastruttura da cui dipende la vita quotidiana di un’intera città.

Pensiamo all’energia, all’acqua, alle telecomunicazioni. Agli ospedali, ai trasporti, ai sistemi di allerta, alle centrali operative, ai servizi comunali. Una fetta sempre più grande di questi servizi si regge su sistemi digitali, e quando quei sistemi smettono di funzionare, un problema informatico può trasformarsi in un problema molto concreto, molto in fretta.

Non serve immaginare scenari apocalittici. Basta pensare a operatori che, durante un’emergenza, non riescono più ad accedere alle informazioni di cui hanno bisogno. In un giorno qualsiasi sarebbe già un guaio. Durante un’alluvione, un terremoto, un incendio, diventa un rischio in più da gestire, proprio nel momento peggiore.

Quando le emergenze arrivano in coppia

Ed è forse questo lo scenario su cui varrebbe la pena riflettere di più: non un attacco informatico isolato, non una catastrofe naturale isolata, ma le due cose insieme, nello stesso momento.

Un terremoto, per dire. Le squadre di soccorso devono muoversi in fretta, le strade sono impraticabili, gli ospedali sotto pressione, migliaia di persone in cerca di risposte. Se in quel preciso istante un attacco informatico manda fuori uso alcuni sistemi, gli operatori si ritrovano a lavorare in condizioni ancora più difficili.

E il danno peggiore, in questi casi, potrebbe non essere la perdita di dati, ma la perdita di fiducia.

Durante una crisi l’informazione è tutto. Basta un messaggio falso per generare confusione: “Evacuate subito questa zona.” “L’acqua non è potabile.” “Il punto di raccolta è stato spostato.” “Sta arrivando una nuova emergenza.” Se un contenuto del genere viene diffuso tramite un account violato o un’immagine costruita ad arte, il problema smette di essere solo tecnico. Diventa sociale.

Quando la disinformazione fa parte dell’attacco

Ed è un aspetto su cui vale la pena soffermarsi. L’intelligenza artificiale rende sempre più facile produrre testi, immagini, audio e video credibili. In piena emergenza, riconoscere in fretta una comunicazione autentica da una manipolata può diventare complicato.

Per questo proteggere un sistema di emergenza non può voler dire soltanto proteggere i server. Bisogna difendere anche i canali con cui le istituzioni parlano ai cittadini. E, soprattutto, bisogna che i cittadini sappiano già, prima che scoppi una crisi, quali sono le fonti a cui affidarsi.

Il principio, in fondo, è semplice: nel mezzo di un’emergenza non c’è tempo per capire di chi fidarsi. Va deciso prima.

La cybersecurity entra nella Protezione Civile

Per molto tempo cybersecurity e Protezione Civile sono state due mondi separati: da una parte i tecnici informatici, dall’altra soccorritori, autorità, volontari, strutture operative. Questa separazione oggi funziona sempre meno.

La Protezione Civile ha bisogno dei sistemi digitali per comunicare, coordinare le operazioni, condividere informazioni. Ma deve anche essere in grado di lavorare quando quei sistemi non ci sono più. La domanda, alla fine, è disarmante nella sua semplicità: cosa facciamo se il sistema smette di funzionare? Non è solo una questione informatica. È una questione di resilienza.

Avere sempre un piano B

Un’organizzazione davvero preparata non dovrebbe limitarsi a chiedersi come evitare un attacco. Dovrebbe chiedersi cosa fare il giorno in cui l’attacco va a segno.

Questo significa procedure alternative, canali di comunicazione indipendenti, backup dei dati, accessi protetti, personale formato. E significa esercitarsi — non solo simulando un attacco informatico, ma simulandolo mentre è in corso un’emergenza reale. È tutta un’altra cosa.

Scoprire che un server è fuori uso durante un’esercitazione è un conto. Scoprirlo nel mezzo di un’alluvione, quando quel server serviva a coordinare i soccorsi, è un altro. Le esercitazioni servono esattamente a questo: a trovare i punti deboli finché siamo ancora in tempo per sistemarli.

L’altra faccia della medaglia: l’AI come alleata

C’è però un rovescio della medaglia. L’intelligenza artificiale non è solo una minaccia: può diventare uno degli strumenti più preziosi per difendersi. Può analizzare enormi quantità di dati, individuare comportamenti anomali, aiutare gli operatori a riconoscere un attacco in corso e velocizzare la risposta.

In una grande emergenza, questa capacità potrebbe fare la differenza. Il punto, allora, non è l’intelligenza artificiale in sé, ma come la si governa e come la si protegge. Perché una tecnologia capace di automatizzare la difesa è, per definizione, capace anche di automatizzare l’attacco. La vera sfida sarà restare più veloci delle minacce che evolvono.

Verso un’emergenza “ibrida”

Forse è proprio questo il concetto a cui iniziare ad abituarsi. Per anni abbiamo catalogato i rischi in caselle separate: terremoti, alluvioni, incendi, blackout, attacchi informatici, disinformazione. Ma le emergenze reali non rispettano queste etichette.

Un evento naturale può mettere fuori uso un’infrastruttura digitale. Un attacco informatico può aggravare una calamità. Una campagna di disinformazione può ostacolare i soccorsi. Un sistema AI può velocizzare alcune fasi di un attacco. E tutto questo può succedere insieme, nello stesso momento.

Per questo la resilienza di una città non si misura più solo dalla capacità di resistere fisicamente a un evento. Va misurata anche dalla capacità di continuare a funzionare quando la sua infrastruttura digitale finisce sotto pressione.

La domanda giusta da cui partire

Non sappiamo quale sarà il prossimo grande attacco informatico. Non sappiamo quale infrastruttura verrà colpita. E non sappiamo quanto velocemente gli agenti AI continueranno a migliorare.

Ma una cosa, ormai, è chiara: il confine tra mondo digitale e mondo fisico si è fatto sottilissimo. Per questo la sicurezza informatica non può più essere un problema riservato agli uffici IT. Riguarda gli ospedali, i Comuni, le aziende che gestiscono servizi essenziali, le infrastrutture — e, in ultima analisi, la sicurezza di tutti noi.

La domanda, quindi, non è solo: “L’intelligenza artificiale può essere usata per condurre un attacco?”

La domanda che conta davvero è un’altra: “Se un attacco digitale arrivasse nel momento peggiore, saremmo pronti a reggerlo?”

N.O.Di.C.A.S. O.d.V.

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Author: ufficio.stampa

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